Matricola Zero Zero Uno

PRODUZIONE:

AKERUSIA DANZA DI NAPOLI E COMPAGNIA EXCURSUS

REGIA: 

ANTONO IAVAZZO

ASSISTENTE ALLA REGIA: 

CHIARA RUSSO

INTERPRETI: 

  • GIANNI ARCIPRETE
  • CLAUDIA ORSINO
  • ANGELO ROTUNNO
  • LUIGI DE SANCTIS

Questo spettacolo ha debuttato, in anteprima nazionale, e con grandissimo successo, di Foto 9pubblico e critica, al Teatro Lendi di Sant’Arpino (CE) nella ventesima edizione della prestigiosa rassegna nazionale “PulciNellaMente”. Affrontare il tema del disagio, della follia è sempre un impegno non comune. Bisogna entrare in un altro ordine di idee ma farlo, paradossalmente, con lucidità e con un progetto organico. Infatti i pericoli di un “qualunquismo” da cronaca e di un sentire demagogico sono sempre in agguato e avrebbero potuto farci divergere dalla nostra missione poetica. Perché fin dal primo momento, per me, di questo si è trattato.

Il bellissimo e toccante libro di Nicola Graziano basta, di per sé, a farci immergere in atmosfere di grande impatto emotivo. Quando l’autore mi ha chiesto di rendere “verticale” la sua opera, oltre all’oggettiva difficoltà di traslazione, mi si è subito evidenziata la necessità e anche oserei dire “l’urgenza”, di evitare luoghi comuni, dogmatismo e prassi quotidiane in relazione alla salute mentale.
Così come mi era chiaro l’imperativo di non cadere in facili suggestioni pietistiche e in un moralismo da cronaca spicciola. Il testo meritava altro. Il lavoro con gli attori, quindi, è stato quello di farne una versione estremamente poetica e sospesa. Nel nostro “manicomio” non ci sono grida, urla, aggressioni o altri cliché del disagio psichico.

Ci sono struggenti richiami musicali, immagini dell’inconscio, rimandi a vite che forse, e dico forse, aspiravano ad altre compiutezze. Utilizzando alcune tracce dell’io narrante, in un climax “beckettiano”, intercalate da citazioni letterarie, si snodano piccole storie, rituali innocenti, danze volutamente goffe, reiterazioni da “giorni senza tempo”. Qui il dolore, che pure appare, assume i contorni e il valore di un “tutti dentro” e nella gestalt perseguita il segno poetico che abbiamo voluto dare allo spettacolo lo fa sbiadire nel gioco infinito della stessa follia.